La Sindrome di Capgras,
nota anche come delirio del sosia, è un raro disturbo psichiatrico classificato come un delirio paranoide, caratterizzato dalla convinzione del paziente che una o più persone a lui molto vicine, generalmente partner, figli, familiari, amici o caregiver, siano state sostituite da sosia o doppi identici, ma privi della reale identità.
Questa condizione rappresenta un’alterazione della percezione e dell’attribuzione di identità, spesso associata a disfunzioni delle reti neurali coinvolte nel riconoscimento facciale e nell’elaborazione emotiva. Ne abbiamo parlato con la
Dott.ssa Michela Francia, psicologa e psicoterapeuta presso GVM - Città di Lecce Hospital, per capire quali sono i sintomi, come avviene la diagnosi e quali sono i trattamenti possibili nella Sindrome di Capgras.
Sindrome di Capgras, perché si chiama così
La Sindrome di Capgras prende il nome dallo psichiatra francese Joseph Capgras, che fu il primo a descrivere questa patologia nel 1923 con l’aiuto del collega Jean Reboul-Lachaux, raccontando anche il caso di “Madame M.” come esempio.
Inizialmente, Capgras descrisse la sindrome come “illusion des sosies” (l’illusione dei sosia), anche se, in realtà, non si tratta di “un’illusione” nel senso stretto del termine, poiché la percezione sensoriale è intatta, ma piuttosto di un delirio di errata identificazione.
Sindrome di Capgras: quando può manifestarsi
La Sindrome di Capgras è relativamente rara, e può manifestarsi in diverse condizioni cliniche, tra cui in caso di:
disturbi neurodegenerativi come la demenza di Alzheimer, la demenza frontotemporale e altre forme di deterioramento cognitivo;
disturbi psichiatrici, in particolare la schizofrenia e altri disturbi psicotici;
lesioni cerebrali, con traumi cranici, ictus o altre lesioni che coinvolgono le aree temporali e frontali.
Il rischio, infatti, aumenta in presenza di danni alle aree cerebrali coinvolte nel riconoscimento facciale e nell’elaborazione delle emozioni, come la corteccia fusiforme e le strutture limbiche.
Il meccanismo della comparsa della Sindrome di Capgras coinvolge un disallineamento tra i sistemi di riconoscimento visivo e quelli emotivi. In condizioni normali, il riconoscimento di una persona avviene attraverso la corteccia fusiforme, che analizza le caratteristiche facciali, e il sistema limbico, che attribuisce un significato emotivo.
Nella sindrome, si ipotizza che disfunzioni nelle vie neurali tra la corteccia fusiforme e le strutture limbiche, come l’amigdala, portino a un riconoscimento visivo corretto, ma a una mancanza di risposta emotiva appropriata, oppure che alterazioni delle reti di riconoscimento che causano un disallineamento tra riconoscimento visivo e attribuzione di familiarità comportino la convinzione che la persona riconosciuta sia un “impostore” o un sosia.
I sintomi
Il sintomo principale della Sindrome di Capgras è il delirio di sostituzione, ovvero la ferma convinzione che persone care (genitori, partner, figli), persino animali domestici o luoghi familiari, siano stati rimpiazzati da sosia identici o “impostori”.
Questo disturbo può portare a reazioni di rifiuto, paura e, in alcuni casi, aggressività nei confronti delle persone “sostituite”. Altri sintomi e caratteristiche della patologia includono episodi depressivi, ansia e aggressività.
La diagnosi
La diagnosi della Sindrome di Capgras richiede prima di tutto una valutazione molto attenta e approfondita da parte di professionisti della salute mentale e neurologi, poiché non esiste una categoria diagnostica specifica.
In generale, l’iter diagnostico include la valutazione clinica, con colloqui dettagliati e raccolta dell’anamnesi per comprendere la natura dell’errato riconoscimento e il suo impatto sulla vita del paziente, includendo la frequenza dell’uso di sostanze, ed eventuali esami neurologici, test di neuroimaging come la risonanza magnetica (RM) per individuare eventuali lesioni cerebrali o patologie neurodegenerative.
Delirio del sosia, i trattamenti
Il trattamento della Sindrome di Capgras è multidisciplinare e dipende dalle cause scatenanti, ma solitamente comprende un approccio combinato di farmaci (come antipsicotici, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore) e psicoterapia, con un focus sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT).
Farmacoterapia
L’uso di farmaci
antipsicotici e antidepressivi può aiutare a gestire i sintomi associati, soprattutto se la sindrome è legata a disturbi psicotici o neurodegenerativi.
Psicoterapia
La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è spesso l’approccio preferito, mirata a modificare gli schemi di pensiero e comportamento disfunzionali e a fornire strategie di coping efficaci. Altre forme di psicoterapia possono essere utili per supportare il paziente e i familiari.
Gestione dei familiari
? fondamentale il supporto ai caregiver, che si trovano ad affrontare un notevole stress dovuto alla convivenza con un paziente che può presentare comportamenti difficili o aggressivi.
Ricovero ospedaliero
Nei casi più gravi, specialmente se associati a patologie neurodegenerative o a comportamenti autolesionistici o violenti, può essere indicato un ricovero.