L’udito è una funzione sensoriale fondamentale per percepire e interagire con l’ambiente circostante.
L’orecchio è suddiviso in:
- orecchio esterno che capta le onde sonore e le convoglia al timpano
- medio che trasmette le onde sonore tramite la catena ossiculare alla chiocciola, ossia all'orecchio interno
- interno dove i movimenti trasmessi dalla catena ossiculare vengono converrtiti in impulsi nervosi che il cervello traduce in percezioni sonore.
Le diverse sezioni dell’apparato uditivo lavorano in modo sinergico, consentendo di percepire il volume, la frequenza e il timbro di un suono oltre alla sua provenienza. L'area uditiva del cervello ne decodifica il significato.
Conoscere come funziona l’orecchio,
la correlazione tra musica ed emozioni,
i rischi di un’esposizione eccessiva al rumore e le opzioni terapeutiche disponibili in caso di ridotta capacità uditiva è utile per definire
protocolli preventivi, diagnostici e terapeutici efficaci.
Come funziona l’udito
"L'onda sonora, che in termini fisici agisce con compressione e decompressione dell'aria a una determinata intensità e frequenza e con un determinato timbro (forma dell'onda sonora) - spiega il dottor Gianfranco Niedda, Responsabile dell'Otorinolaringoiatria di G.B. Mangioni Hospital di Lecco struttura polispecialistica accreditata SSN - viene captato dal padiglione auricolare e convogliato
verso il condotto uditivo fino alla membrana del timpano. Le vibrazioni del timpano vengono amplificate dalla
catena degli ossicini – martello, incudine e staffa – e poi trasmesse alla
coclea, l’organo a forma di chiocciola situato nell’orecchio interno. Qui
le cellule ciliate trasformano le vibrazioni meccaniche in impulsi elettrici che viaggiano lungo il nervo acustico fino al cervello, dove vengono decodificati affinché li pecepiamo come
suoni."
Cosa succede al nostro cervello quando ascoltiamo la musica
L’ascolto della musica attiva nel cervello un processo estremamente articolato che coinvolge in modo coordinato diverse aree cerebrali: le onde sonore, captate dall’orecchio, vengono trasformate in impulsi elettrici e trasmesse alla corteccia uditiva, dove non solo vengono elaborate, ma anche interpretate e associate a significati, emozioni e ricordi, come il riconoscimento della voce di una persona o di un suono familiare. Questo avviene mediante la connessione neurnale con
le aree limbiche, responsabili della gestione delle emozioni e della memoria correlata ai suoni.
L'area uditiva interagisce anche con la corteccia motoria: è per questo che possiamo muoverci seguendo il ritmo della musica.
Gli stimoli sonori possono inoltre influire sul sistema neurovegetativo che determina il battito cardiaco, la pressione sanguigna, il ritmo respiratorio. In tal modo il suonopuò agire positivamente sullo stress.
In sintesi, l’ascolto musicale non è un semplice atto percettivo, ma un’esperienza multisensoriale e neurocognitiva in cui percezione, emozione, memoria e movimento si integrano in un’unica risposta coordinata.
Qual è il volume consigliato
? consigliabile ascoltare la musica a volumi moderati, preferendo invece le cuffie esterne agli auricolari perché meno invasive per il condotto uditivo. Una buona pratica è seguire la cosiddetta Regola del 60: non superare i 60 decibel per un massimo di 60 minuti al giorno.
"Nel corso di una normale conversazione - chiarisce sempre il dottor Niedda - la voce può avere un’intensità media di circa 60 dB, valore che può aumentare fino a 80 in caso di tono vocale più elevato o urla. Il rumore comincia a risultare fastidioso già intorno ai 75 decibel, mentre livelli superiori agli 80 possono rappresentare un rischio per la salute uditiva. Alcune fonti sonore, come il martello pneumatico, raggiungono i 100 dB, una soglia che viene spesso superata nelle discoteche o anche durante un concerto.
L’esposizione a suoni di 100 decibel può generare una sensazione di disagio fisico, mentre a 120 dB si raggiunge la soglia del dolore. Per
prevenire danni all’apparato uditivo, pertanto, si raccomanda di mantenere i livelli sonori
sotto gli 80 decibel per l'ascolto in generale e di
non superare i 60 dB quando si ascolta musica con cuffie o auricolari."
Quali sono i principali problemi uditivi
"La compromissione dell’udito può manifestarsi con diversi gradi di intensità: lieve, moderata o severa - approfondisce il dottor Niedda. I deficit della funzione uditiva, ipoacusie, vengono classificati in base alle valutazioni audiometriche e alla sede del disturbo. Si classificano:
- ipoacusia neurosensoriale, riduzione della capacità uditiva da danno a orecchio interno o nervo acustico a causa di rumore e invecchiamento. E' più spesso permanente, trattabile con riabilitazione e apparecchi acustici
- ipoacusia trasmissiva, deficit uditivo conseguente a patologie dell’orecchio esterno o medio come malformazioni, traumi, otiti spesso reversibile con farmaci o intervento chirurgico
- acufeni, percezione di fischi, ronzii o fruscii senza una fonte esterna, causati da problemi uditivi ma anche cervicali o temporomandibolari (acufeni somatosensoriali)
- iperacusia, un’eccessiva sensibilità ai suoni provocata da traumi acustici, malattie dell’orecchio interno o fattori neurologici e psicologici.
I disturbi uditivi non si limitano a compromettere l'ascolto ma possono influire sullq qualità della vita e a volte soprattutto nell'anziano determinano l'isolamento sociale e difficoltà cognitive con accelerazione dei processi di invecchiamento cerebrale."
Riabilitazione uditiva linguistica e musicale dopo l’impianto cocleare
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi 1,5 miliardi di soggetti nel mondo convivono con un deficit acustico e questa cifra potrebbe salire a 2,5 miliardi entro il 2050. In Italia sono circa 7 milioni le persone con un calo uditivo: tra gli over 65 una persona su tre manifesta una forma di ipoacusia.
"Nei casi di sordità severa - specfica il dottor Niedda - quando la protesizzazione acustica risulta inefficace, l'impianto cocleare è l'opzione terapeutica per tornare a sentire.
Questo dispositivo è formato da due componenti principali: un microfono con processore esterno, posizionato dietro l'orecchio, che attraverso un'antenna capta i suoni e li converte in impulsi elettrici. Questi vengono trasmessi a
un ricevitore/stimolatore impiantato sotto la pelle che, a sua volta, tramite un cavo portaelettrodi li invia ai recettori nervosi della chiocciola. Tali impulsi stimolano quindi il nervo uditivo che porta le informazioni al cervello. Il cervello deve imparare a interpretare e riconoscere queste informazioni.
La riabilitazione linguistica supporta questo processo di adattamento. Attraverso un percorso logopedico mirato il paziente impara progressivamente a riconoscere i suoni: dai rumori ambientali fino alle parole e frasi complesse. Questo percorso, la cui durata è in relazione con l'età e con il tempo di deprivazione uditiva, , si basa sulla straordinaria
capacità del cervello di adattarsi ai nuovi stimoli acustici e di riorganizzare le proprie funzioni, così da
interpretare nuovamente suoni e linguaggio in modo corretto.
Dopo l’attivazione dell’impianto cocleare, la riabilitazione musicale può aiutare il cervello a interpretare meglio i suoni percepiti: un percorso di esercizi e attività musicali pensato per allenare l’udito e il cervello che aiuta a migliorare l’ascolto e comprendere meglio il parlato" - conclude il dottore.
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